11 aprile 2018

BioGas Minturno

 

 

 

 

Il biogas è una miscela di vari tipi di gas (per la maggior parte metano, dal 50 al 70%, che è combustibile) prodotta dalla fermentazione batterica in assenza di ossigeno dei rifiuti organici (colture energetiche, deiezioni animali, scarti di macellazione, FORSU, scarti agricoli, fanghi di depurazione, residui agro-industriali ecc.). Con tecnologie dedicate (biodigestori) è possibile estrarre grandi quantità di biogas e trasformarle in energia elettrica e termica attraverso impianti di cogenerazione.
L’energia proveniente da biogas presenta diversi vantaggi.
È  RINNOVABILE  perché utilizza materiali che l’uomo continuamente produce.
È  SOSTENIBILE, in quanto il metano sprigionato dalla decomposizione dei rifiuti viene utilizzato per produrre energia e dunque non immesso nell’atmosfera, con conseguenze assai negative in termini di inquinamento. Anche l’emissione di anidride carbonica nell’atmosfera è contenuta rispetto a quella proveniente dalla combustione di fossili, in quanto è quasi pari a quella assorbita dalle piante. In termini poi di modalità di smaltimento dei rifiuti rappresenta una soluzione ottimale.
Viene prodotta in modo  CONTINUO, sopperendo alla discontinuità di altre tipologie di energia. Inoltre permette un’AUTOPRODUZIONE  che porta ad un risparmio in termini economici.
L’Italia è terza al mondo per la produzione di biogas  dopo Germania e Cina (Fonte Terna 2015),  grazie a  circa 1300 impianti .

E questa è una buona notizia. Tuttavia la medaglia ha un suo rovescio, costituito da diversi  incidenti  che hanno visto coinvolti gli impianti di biogas.

In particolare, è spesso capitato che si siano verificati episodi di  inquinamento delle falde acquifere, che hanno portato al divieto di utilizzo dell’acqua anche a distanza di alcuni chilometri dall’impianto, a moria di pesci, versamento di liquami  e varie  problematiche ambientali.
«Sono  due i tipi di inquinamento legati al biogas: inquinamento delle  falde  acquifere e inquinamento dell’aria(fumi e cattivi odori) nei pressi degli impianti  di biogas. – spiega l’ingegnere  Massimiliano Sassi, esperto di sicurezza ed energie rinnovabili – Questi problemi si sono presentati sia all’estero sia in Italia, e  sono dovuti in genere alla manutenzione dell’impianto curata con superficialità o a difetti costruttivi, soprattutto in Italia. Infatti, molte volte questi impianti sono stati  costruiti  in gran fretta per rientrare nei tempi richiesti dalle pratiche di incentivazione».
Interessante notare che mentre  negli impianti fotovoltaici i danni  sono legati agli imprenditori, che subiscono direttamente le conseguenze economiche del danno (es. incendio) nel caso  del biogas i problemi diventano della collettività e del territorio circostante l’impianto.
Come funzionano gli impianti a biogas e perché ci sono problemi
Questi impianti sono in sostanza dei  fermentatori;  molto spesso la fermentazione avviene all’interno di vasconi di cemento armato coperti da un telo isolante, all’apice del quale si preleva il biogas.  «Nel caso di costruzioni frettolose, il cemento armato non ha maturato i tempi necessari al suo corretto utilizzo quindi  non diventa sufficientemente resistente. – spiega Sassi – Oppure le resine epossidiche utilizzate internamente non lo proteggono abbastanza».
Dato che le  sostanze  (dette digestanti) contenute all’interno delle vasche (dette digestori,  che per un impianto da 1 MW contengono più di 3 mila metri cubi di materiale digestante)  sono molto corrosive,  tendono a erodere e a infiltrarsi nel cemento armato  creando microfessurazioni  dalle quali il digestato (materiale già fermentato) tende a fuoruscire.

Un impianto di produzione di Biogas in provincia di Alessandria. AGF
«Nei casi più gravi si creano vere e proprie falle nel cemento armato con fuoruscite molto importanti di  materiale fortemente inquinante. – continua Sassi – Il più delle volte, inoltre, gli involucri in cemento armato vengono coibentati in modo da favorire il processo di fermentazione a una temperatura costante (processo in mesofilia che avviene a circa 40 gradi). Dato che la coibentazione che viene costruita sopra l’involucro di cemento armato lo nasconde completamente, piccole fuoruscite  di materiale digestante e digestato  nella grande maggioranza dei casi non vengono rilevate tempestivamente».
Gli incidenti
In Italia si sono già verificati alcuni  incidenti con incendi ed esplosioni.
Per fortuna questi incidenti non sono stati gravi  rispetto ad altri casi documentati all’estero con conseguenze molto più disastrose.  «In  Germania, per esempio, dato l’altissimo numero di impianti e i conseguenti incidenti questi vengonocatalogati puntualmente per causa, situazione di inquinamento e persone  coinvolte nell’incidente. – racconta Sassi – Nel nostro Paese per lo più si sono verificati  sversamenti nel terreno. Questo tipo di contaminazione dell’ambiente, comunque, richiede in molti casi opportune  bonifiche della durata anche di 10-15 anni. Si tratta di bonifiche necessarie per ripristinare il terreno nelle condizioni originarie. Senza contare poi, i costi processuali, di natura penale, che qualcuno deve sostenere.»
Se non si tratta di versamenti nel terreno, ci possono essere le dispersioni di gas in atmosfera.  E si contano decine e decine di  segnalazioni all’Arpa e all’Asl  da parte di cittadini che abitano anche a qualche chilometro di distanza dagli impianti: ricorre sempre la stessa descrizione del problema, ovvero la  puzza  di uova marce  (provocata dall’acido solfidrico, o  solfuro di idrogeno,  H2S) che disturba la normale quotidianità.
«Il più delle volte queste dispersioni nell’atmosfera  potrebbero essere evitate semplicemente facendo la normale manutenzione  ai motori degli agitatori che servono a mescolare il digestato all’interno dei vasconi di fermentazione.»  spiega Sassi.
Cose c’è negli impianti
L’idea della produzione di biogas è nata per valorizzare i rifiuti reflui, le deiezioni animali, gli scarti dell’industria  e per valorizzare e sfruttare a pieno questo materiale in un’ottica di  economie circolari.  Ma anche se in Italia esistono esempi virtuosi di impianti a biogas che sfruttano questi principi, (per esempio, la Caviro a Faenza, che funziona con gli scarti derivati dalla produzione del vino, oppure la Amadori in provincia di Teramo, che sfrutta grassi proteine e residui di panatura e scarti della lavorazione delle carni, mentre a Benevento gli oleifici Mataluni convertono i reflui oleari in energia, tanto per citare i più noti),  il maggiore interesse nella realizzazione degli impianti si è avuto con l’incentivazione da parte dello Stato.
«E soprattutto  nella Pianura Padana, dove ha sede più dell’80 per cento degli impianti a biogas italiani, la quasi totalità degli impianti funziona, invece, attraverso l’utilizzo di  culture come il sorgo e il mais. – spiega Sassi – Questi ingredienti, rispetto agli altri materiali hanno più del doppio della produttività: 550-750 metri cubi di biogas per tonnellata al confronto delle deiezioni animali che producono mediamente da 200 a 500 metri cubi per tonnellata o dei residui colturali come la paglia che producono 350-400 metri cubi di biogas a tonnellata.  Tutte queste sostanze sono metanigene, cioè producono gas metano, che viene poi bruciato per essere trasformato in energia elettrica.»
Recentissimamente è possibile oltre che produrre energia elettrica anche  immettere il gas prodotto – opportunamente filtrato – nella rete di distribuzione del metano. Questa è una strategia molto appoggiata dal nostro Governo attuale, seguendo l’esempio tedesco.
L’uso di sostanze per velocizzare i processi
Il potenziale business ha però scatenato la creatività, gli appetiti e anche un eccesso di azzardo.  «Gli imprenditori agricoli che hanno fatto investimenti che pesano diversi milioni di euro  per fare rendere di più gli impianti e incrementare la produzione,  utilizzano anche sostanze chimiche  che aumentano la velocità del processo di digestione anaerobica – spiega Sassi – Sostanze che in realtà finiscono per creare problemi all’impianto e quindi sono  potenzialmente pericolose. Questi componenti chimici normalmente si usano nel fase di   start up degli impianti, ma poi continuano ad essere utilizzati  in modo inappropriato.»
La manutenzione e i ritorni economici
Chi ha realizzato gli impianti normalmente fornisce anche contratti di manutenzione full service che in realtà sono limitati al monitoraggio dei parametri chimici   e non focalizzano l’attenzione sulle strutture e sulla manutenzione predittiva, fortemente consigliata per prevenire eventuali incidenti.  «Solo recentemente, visto gli incidenti che stanno succedendo, le società cominciano a proporre anche manutenzioni diverse ma che naturalmente implicano  costi aggiuntivi  che l’imprenditore agricolo fa fatica ad accettare visto che gli era stato detto, al momento dell’acquisto dell’impianto, che  non avrebbe avuto costi di gestione importanti  data la semplicità del processo di produzione del biogas. – spiega Sassi – L’imprenditore non si aspettava neanche che i suo ritorni economici previsti non fossero garantiti a causa della gestione più complessa e necessariamente imprenditoriale che un impianto di produzione di energia elettrica richiede.»
Insomma il business, proprio come una sostanza gassosa, è più volatile e bisognoso di attenzioni del previsto.

 

Ma ora parliamo di Minturno.

Una Centrale a Biogas sul territorio del Comune di Minturno. Tutto nel silenzio più assordante delle istituzioni!

Come è noto, il Movimento 5 Stelle non è contrario alle cosiddette energie alternative ma, da diverso tempo a questa parte, ha smesso di credere in quelle che le producono con processi di combustione.

Su questa falsa riga si esprimono i componenti del Meetup di Minturno in Movimento.

Nella fattispecie, gli attivisti chiedono trasparenza, informazione e tempistiche previste per la realizzazione di questo probabile “spina nel fianco” di un territorio di per se già abbondantemente martoriato. E lo chiedono direttamente ad amministratori e consiglieri comunali, sia di maggioranza sia di opposizione. I grillini locali fanno appello a tutte le forze politiche affinché siano chiare le azioni e le dinamiche che si intendono intraprendere per il progetto sulla centrale biogas.

Bisogna porre in essere – sempre secondo il Meetup – una corretta serie di buone pratiche volte al controllo e alla verifica della regolare applicazione delle direttive in materia e, quindi, attivarsi fin da subito presso tutti gli organi competenti, magari informando il Consiglio e i cittadini su quale sia, realmente, l’indirizzo dell’Amministrazione.

Occorre una precisa presa di posizione a favore della sicurezza ambientale e del rispetto del nostro territorio. Una chiara manifestazione di volontà che consacri Minturno: o come paese a vocazione turistica o come centro di smaltimento di rifiuri organici urbani da Terracina in giù.

Quindi noi stiamo informando la Cittadinanza e proseguendo un percorso intendiamo arrivare a organizzare momenti e eventi per linformazione come gazebi e un confronto tra le parti interessaati sia pro che contro a questo impianto.

Terminata o quasi l’era degli inceneritori, il business dei rifiuti sembra avere un nuovo idolo: le energie rinnovabili. Ormai in tutta Italia sembra essersi scatenata una corsa al green con i sistemi di combustione di rifiuti organici per la produzione di energia elettrica che stanno prendendo il sopravvento.
E’ il caso di Minturno dove, tra poco, potrebbe sorgere uno di questi impianti.
Per legge e come da progetto (basta una semplice ricerca su internet), questi impianti sono considerati sistemi in grado di digerire rifiuti organici donando, in cambio, un certo quantitativo di energia elettrica.
In pratica, la fermentazione del FORSU (Frazione Organica del Rifiuto Solido Urbano) viene trattato in questi impianti in completa assenza di ossigeno e a temperatura controllata. Un gran numero di batteri degrada la sostanza organica dando vita ad un triplice risultato: biogas, calore e digestato.
Il biogas viene convertito in energia elettrica. Il calore può essere utilizzato per il riscaldamento di alcuni uffici della centrale stessa e il digestato viene utilizzato come fertilizzante naturale.
Il prodotto uscente, secondo la normativa vigente, è definito come FOS, ovvero Frazione Organica Stabile. Due sentenze, l’una del Consiglio di Stato, l’altra del TAR della Toscana, invece, lo definiscono “rifiuto speciale”, ovvero materiale da conferire in discariche speciali e, data la nocività, a prezzi per tonnellata doppi rispetto allo sversamento del RSU (Rifiuti Solidi Urbani) il tutto chiaramente a carico dei cittadini. All’uscita delle camere di digestione, considerando l’aggiunta nel processo anaerobico di additivi chimici per modificarne il colore e flocculanti, infatti, e, dato l’alto contenuto di clostridium botulinicum, (botulino) definirlo compost appare come un’inesattezza.
Alla luce di queste considerazioni e, comunque, non considerandoci contrari all’impianto ma vogliosi di approfondire, ci sorge spontanea qualche domanda:
Siamo sicuri allora che la strada da percorrere sia questa? Considerato la raccolta di materile organico da Terracina in giù, si è preso in considerazione l’inquinamento derivante dai camion che trasporteranno il materiale? Si pensa all’utilità di un tale impianto e all’impatto che potrebbe avere sul territorio minturnese? Siamo veramente convinti che i cittadini desiderino un impianto sul loro territorio senza neanche essere avvertiti?
Non è nel nostro stile e nel nostro costume cavalcare qualsivoglia vento di protesta ma da cittadini che amano la loro terra troviamo doveroso informare la popolazione su tutti gli aspetti che contraddistinguono la realizzazione di un’opera come quella di un impianto a biogas. Allo stesso modo invitiamo la nostra politica a dare lo stesso risalto a questa costruzione, così come è stato fatto con le cozze.
Dunque restiamo sul chi va là in attesa che qualcuno dei nostri amministratori ci dia informazioni più dettagliate, magari in nome e per conto di quella democrazia partecipata e partecipativa tanto decantata in campagna elettorale.

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Rifiuti a Latina: gli impianti

Le Centrali a #biomasse, impianti a #biogas e #biometano non sono, e mai sono state, la soluzione definitiva al problema dei #rifiuti nel #Lazio e nella provincia di #Latina: tutt'altro. Ve lo raccontiamo nella seconda parte del nostro focus: ascoltatelo fino alla fine.

Pubblicato da Gaia Pernarella Portavoce M5S Lazio su Venerdì 30 marzo 2018

Minturno / Centrale Biogas, i 5 Stelle attaccano: “Amministrazione poco trasparente”